Un pensiero su “press

  1. Estratto dalla presentazione orale di Aymone Poletti

    16
    ottobre –
    1
    novembre
    Veronica Branca Masa
    Raffaella Ferloni

    Questa volta, la particolare tipologia espositiva pone lo spettatore
    in una doppia condizione percettiva di contrasto e similitudine
    di situazioni. Si tratta di vedere un dialogo fra due
    mondi opposti, che, come si sa, alla fine possono attrarsi.
    Il variopinto rumore urbano da un lato e il gesto silente e
    lineare dall’altro.
    Raffaella Ferloni dispone le opere sulle pareti con una costruzione
    su vari livelli, in cui i dipinti sono talora accostati,
    talora giustapposti negli angoli, o addirittura si trovano per
    terra. L’artista presenta questa totalità come un vero e proprio
    allestimento unico, che va a riprendere la composizione
    delle grafic novel.
    Raffaella Ferloni si nutre delle immagini di massa trasposte,
    di tele riciclate e rielaborate (per esempio del suo periodo
    berlinese) dove il filo conduttore è un discorso che troviamo
    anche nella street art, un porsi in relazione con l’ambiente
    urbano, decorticato e quasi radiografato per diventare elemento
    di percorso sia mentale sia analitico.
    Galleria ArtOnPaper

    Raffaella presenta un palpabile flusso di immagini dal 2001 a
    oggi, Si parte dalla montagna e si finisce con le centrali nucleari,
    passando da ricreazioni di “stop frame” video su tela e altre
    autodefinite icone moderne prese liberamente da internet, da
    scene vissute o da riviste. Un paesaggio sospeso tra estensioni
    narrative, tra degrado ed elementi di disturbo.
    La pittrice diventa il commentatore esterno e imparziale del
    quotidiano, e, come è stato scritto, la sua è l’elegia del nostro
    mondo trans/post-urbano, un mondo determinato dalla
    precarietà e dalle solitudini scarne della marginalità urbana.
    Troviamo un “mobìle” per terra, ludico e metaforico, inteso
    come il gioco memory.
    È intitolato “carpe diem”… quasi a narrare la nostra condizione
    in un mondo che spesso non ci appartiene più.
    È un linguaggio di massa, ma proprio per questo è universale
    anche se fatto di sola apparenza. Visioni di fittizia quotidianità
    sono il risultato di una costruzione, dove la naturalezza
    è solo posa, pura finzione, e dove ogni dettaglio, anche il
    più banale, è artifizio.
    Ecco, la massa, il colorato, l’aggressivo il decadente sono
    in contrapposizione con la purezza dell’elemento, lineare ed
    essenziale.
    Il silenzio della forma, dunque, razionale e nitida.
    Veronica Branca Masa si astrae con le sue sculture, portando
    un linguaggio contrastato di purezza rigorosa.
    Perché Veronica Branca Masa predilige l’isolamento creativo
    alla massa, al mucchio, alla collettività.
    Bisogna in questo caso considerare il percorso creativo
    dell’artista che, a partire dal 1987, ha deciso di spostarsi
    da Ranzo a Carrara, dove ha aperto il suo atelier ai piedi delle
    cave di marmo bianco, materiale da lei privilegiato nella
    sua costante ricerca.
    La sua, dunque, diventa un’esigenza fondamentale: infatti
    nell’atelier, in questo luogo di totale isolamento, Veronica
    Branca-Masa può staccarsi completamente dal mondo e rimanere
    sola con il suo lavoro. Si istaura così un contatto
    diretto, fisico, con la materia. È un rapporto privilegiato reso
    possibile dal taglio e dalla lavorazione personale della pietra,

    senza alcun intervento di terzi. La spazialità e il tempo hanno
    un ruolo importante nella ricerca di Veronica, e quest’anno
    soprattutto, è lo “spazio abitato dal vento” che diventa
    argomento fondamentale. In questa esposizione si crea un
    percorso, sensibile, anche grazie alla presentazione di alcune
    sue tecniche miste e stampe a secco, atte a valorizzare
    un preciso discorso d’insieme. Si tratta di trovare la giusta
    interconnessione e calibrazione, tra i vari piani compositivi,
    di questi elementi attrattori e ordinatori dotati di una forte
    valenza armonica.
    Nelle sculture, si parte dunque dal mettere in risalto quell’
    evidente compresenza di parti lavorate secondo le tradizionali
    tecniche di levigatura e lucidatura,
    con parti lasciate completamente grezze, così come erano
    presenti nel blocco al momento del suo prelevamento.
    Veronica Branca-Masa mette infatti in luce uno “stato primordiale”,
    evidenziato dall’inclusione di queste parti “naturali”
    della pietra, non trasformate dalla mano dell’artista.
    Si giunge così alla complessa esemplificazione dell’entità
    del “vuoto” che diventa co-protagonista dell’elemento
    scultoreo.
    Nelle carte questa caratteristica prende forma con la calibrazione
    di colori e punti luce in un discorso di tratti e
    di segni,… segni che danzano così come lo fanno alcune
    piccole sculture che non rimangono statiche bensì vibrano
    sospese ed eteree.
    Nella ressa urbana, le sue diventano quindi architetture rigorose,
    mosse da un silente dialogo spaziale.

    di Aymone Poletti

    Opere di Raffaella Ferloni negli studi della RSI a Comano
    La costruzione sistematica del mito della quotidianità

    L’accrochage/intervento di Raffaella Ferloni negli studi televisivi di Comano
    allinea le opere sulle pareti con una disposizione libera su vari livelli,
    in cui i dipinti sono talora accostati, talora giustapposti negli angoli e si presenta come una vera e propria istallazione che ricorda, nel suo insieme,
    i cicli ad affresco del tardo medioevo, gli stessi che le modernità ha ricomposto nei comic strips.
    Così facendo l’artista sottolinea il fatto di come la sua pittura continui a rappresentare un racconto, nel caso specifico quello di una quotidianità, volentieri considerata nell’aspetto dell’isolamento fisico e morale dell’individuo.
    Nelle opere proposte i vari cicli dialogano, interagiscono comunicando reciprocamente tra loro e col pubblico. Essi sono dedicati, fra l’altro, al mondo virtuale ed alienante delle chat, come la serie Selbstachtung in cui le sue immagini sono estrapolare da siti d’internet di natura erotica e trasformate, attraverso una sorta di esorcizzazione, per essere nuovamente immesse in rete dall’autrice.
    Poi ci sono le memorie autobiografiche, le sedimentazioni del vissuto,
    ed ancora le illustrazioni della cronaca e della moda riprese dai giornali e dalle riviste, c’è il mondo della musica elettronica, disco, jazz, sua grande passione assieme alla pittura, ed ancora l’arte metropolitana o urbana o di strada, a cui l’artista è molto sensibile.Raffaella Ferloni si nutre dunque delle immagini di massa trasposte, rielaborate, col filtro di una manualità sicura, con la tecnica dell’acquerello e della tempera sulla carta, dell’acrilico sulla tela.
    L’artista, nel cui curriculum si annovera anche un lungo soggiorno berlinese,
    assurge in tal modo al ruolo di un commentatore esterno e diretto del quotidiano, un ruolo che assume con un distacco emotivo dal soggetto in senso realistico, anche a rischio di una crudezza espressiva diretta ed impietosa, senza concessioni alla mera decoratività.
    L’artista ci sottopone l’elegia del nostro mondo trans/post-urbano marcato, determinato dalla precarietà, da solitudini scarne, dallo smarrimento degli ideali.
    I temi classici del ritratto e della pittura d’ambiente figurato ritrovano in lei un’attualità priva di filtri che induce alla riflessione su una generazione che tendiamo a dimenticare, i cui fantasmi ed ansie esistenziali conosciamo appena, un tema che va indagando con una coerenze assoluta ed assieme ostinata.
    La Ferloni appartiene a quella categoria d’artisti, più rari in pittura che
    in letteratura, alla quale apparteneva anche l’indimenticato Mario Comensoli (Viganello 1922-1993 Zurigo), l’artista ticinese del secondo dopoguerra che indagò sistematicamente il mondo della marginalità urbana, dal mondo dei suoi emigranti, gli operai degli anni ‘50, alla borghesia ritratta nei suoi riti casalinghi e notturni, ai Punk degli anni ’70.
    Da sempre questa sua comunicazione si muove sui binari di un linguaggio personale e di un sicuro talento, una sorta di scrittura dell’osservazione del dato reale criticamente vagliato.
    La specula dei suoi personaggi resta il motivo centrale della sua indagine.
    Col tempo essa è assurta ad una folla imponente e presente, restituita con segno tranciante.
    Il suo uso di illustrazioni popolari e di massa, quale impianto iconografico,
    non vuole essere un’appropriazione immotivata, ma sottolinea la sua presa
    di coscienza del proprio esistere e della propria funzione sociale.
    Persiste, a distanza di oltre trent’anni dai suoi esordi artistici, la sua simpatia – nel senso etimologico del termine – per un mondo giovanile pregno di ansie ed insicurezze oltre l’apparenza, oltre la sua pelle sfrontata e provocatoria, un mondo squartato nella sua problematicità, nelle sue incertezze, colto nella sua marginalità che le è stata imposta, spesso subita.
    Il racconto resta, nonostante tutto, aperto e disponibile a nuovi incontri,
    a rinovati percorsi indagatori attraverso un mezzo espressivo – la pittura – classico.
    “Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita.” (Jean Michel Basquiat)

    Paolo Blendinger
    Torricella, 3 luglo 2011

I commenti sono chiusi.